Iʟ ɴᴜᴏᴠᴏ Rᴏᴍᴀɴᴢᴏ ᴅɪ Mᴀʀᴄᴏ Bᴏʀᴛᴇsɪ

Bonus 600 euro: così i grandi studi di avvocati lo rubano ai giovani colleghi

Non sparate (solo) sui cinque parlamentari: il grande scandalo del bonus 600 euro è quello dei professionisti che li fanno incassare ai collaboratori e li detraggono dalle loro fatture. Dopo quelle degli architetti, Fanpage.it ha raccolto le storie di decine di giovani avvocati costretti a regalare il loro bonus ai grandi studi. Col silenzio-assenso di Governo e Parlamento.

OffPen.net 10 Agosto 2020

di Stela Xhungafanpage.it

Per accedere al reddito d’emergenza, 400 euro una tantum destinati ai poveri, quelli veri, il Governo ha messo così tante condizioni che alla fine ne ha beneficiato appena un terzo della platea. Invece per chiedere il bonus autonomi da 600 euro al mese, che presto diventerà di 1000 euro al mese, le condizioni sono pochissime. Complice probabilmente la fretta di iniettare liquidità immediata, non è stato posto nessun filtro, nessun controllo, lasciando campo libero ai truffatori, i più insospettabili: gli avvocati. È da aprile che in Italia, da nord a sud, nessuna regione esclusa, i titolari degli studi legali chiedono, ordinano ai propri collaboratori, di fatto dipendenti, di accedere ai 600 euro dello Stato e decurtarli dal proprio stipendio mensile. Come per gli studi di architettura, cui lo scorso maggio Fanpage.it ha dedicato un’inchiesta finita poi in un’interrogazione parlamentare a firma dell’on. Chiara Gribaudo, la prassi è la medesima: l’avvocato titolare dello studio legale invia una mail, un sms, un messaggio via Whatsapp, oppure, se è più furbo, chiama l’avvocato dipendente, e gli chiede, ora con formule autoritarie, ora affettuose, di accedere ai 600 euro di bonus statale e di decurtarli dalla fattura. Non di rado la comunicazione è solo di cortesia e serve per avvisarlo della decurtazione già applicata sul bonifico. La scelta del modus operandi è tutto fuorché neutrale: nel primo caso il titolare chiede di partecipare attivamente alla truffa, nel secondo caso lascia che sia il dipendente a decidere se compiere o no l’illecito, in ogni caso, via 600 euro dallo stipendio. Una vera e propria truffa ai danni dello Stato che espone a conseguenze penali, a partire dal reato di violenza privata. 

“Un vaso di Pandora pronto a esplodere”
Quello dell’avvocatura è un ambiente chiuso, di cui si conosce poco, dove le angherie, i soprusi e le umiliazioni da parte dei grandi avvocati nei confronti di piccoli avvocati avvengono con il tipico senso di impunità di chi sa che può tutto, anche aggirare le leggi:

“I compensi sono coperti dal contributo che dovrete richiedere alla Cassa. È un periodo difficile per tutti, dobbiamo ridurre i costi. Un saluto affettuoso”.

“Ciao, ti ho appena fatto il bonifico detratto del bonus 600 di marzo, un caro saluto”

“Ho controllato, puoi accedere al contributo cassa di aprile, in allegato troverai i moduli che ho scaricato. Attendo la compilazione del ricorso del cliente G* che ti ho assegnato, buon lavoro”.

Sono oltre una cinquantina le testimonianze dirette corredate da prove scritte raccolte da Fanpage.it nell’arco dell’ultimo mese. Con la collaborazione di M.G.A, il sindacato italiano forense senza il quale l’inchiesta non sarebbe stata possibile, trentenni, quarantenni, ma anche cinquantenni, si sono aperti ai nostri microfoni timorosi di perdere il lavoro, il nome, la faccia. “Se mi riconoscono è la fine, nell’avvocatura per uno che viene segnato da uno studio legale perché ‘rompipalle’ poi è impossibile trovare lavoro altrove”. Piegati a ogni tipo di mansione, anche di segretariato, fanno la fortuna degli studi legali di piazza San Babila a Milano, dove stanno gli “avvocati che contano”. Grazie a loro prosperano gli uffici legali a ogni latitudine, dal ricco Triveneto, passando per l’aristocratica Firenze, e finendo nella problematica Taranto. Dalle mani di questi anonimi lavoratori esce la maggioranza degli atti giudiziari senza che però compaia la loro firma, perché quella spetta al titolare, al barone di turno, che sia di destra o di sinistra, che si prodighi per le royalties delle banche o per i diritti degli operai dell’ex Ilva non fa alcuna differenza.

Il vero scandalo non sono i 5 parlamentari

“Oggi si grida allo scandalo perché 5 parlamentari, con procedura perfettamente legale, hanno ottenuto quel bonus, ma sindacati, partiti, associazioni, e altre soggettività che oggi si strappano le vesti per la vicenda dei parlamentari con sussidio, avrebbero dovuto segnalare prima, al momento dell’approvazione del Cura Italia, le criticità della previsione di un’erogazione a pioggia indistinta” dichiara a Fanpage.it l’avv. Cosimo Damiano Matteucci, presidente di M.G.A. “Perché nessuna altra soggettività ha ritenuto di far sentire la propria voce circa un dettato normativo, che come oggi plasticamente vediamo, consente distorsioni evidenti? Solo MGA parlò, allora. Oggi molti, populisticamente, puntano il dito contro 5 tapini che non fanno altro che applicare una legge ingiusta”, le fa eco l’avv.ssa Valentina Restaino, tesoriera del sindacato.

Parlamento e Governo sapevano: perché non hanno agito?

In data 24 aprile il sindacato italiano forense M.G.A. ha denunciato questa pratica illecita a più di dieci tra le massime autorità dello Stato, inviando una lettera al Presidente del Consiglio dei Ministri, (nonché avvocato) Giuseppe Conte, alla Ministra del Lavoro e delle Politiche Sociali, l’on. Nunzia Catalfo, al Ministro dell’Economia e Finanze, l’on. Roberto Gualtieri, al Direttore dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro, al Comandante generale della Guardia di Finanza, il dott. Giuseppe Zafarana, al Presidente dell’I.N.P.S., il dotto. Pasquale Tridico, al Coordinatore dell’Organismo Congressuale Forense, l’avv. Giovanni Malinconico, al Presidente della Cassa Nazionale di Assistenza e Previdenza Forense, l’avv. Nunzio Luciano, alla Presidente del Consiglio Nazionale Forense, l’avv. Maria Masi, al Segretario della C.I.G.L., il dott. Maurizio Landini, all’esecutivo nazionale confederale USB – Unione Sindacale di Base, e alla Presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputi, l’on. Francesca Businarolo. Risultato? Nessuna risposta. Un silenzio sospetto, che suscita più di una domanda, considerato che più della metà dei parlamentari italiani è anche avvocato e titolare di uno studio legale.

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